mercoledì 6 febbraio 2013

LA PRIMAVERA (LA PRIMA VERA) Racconto per bambini

C'era una volta, neanche troppo tempo fa, un mondo nel quale esistevano ancora le mezze stagioni: Primavera e Autunno. Erano questi i mesi dell'anno dedicati alla semina dei campi, alle decisive fasi lavorative, all'omaggio della natura ed alla preparazione per il grande freddo dell'Inverno e l'estremo caldo dell'Estate. Primavera, Estate, Autunno e Inverno, ognuno vestito di fiori, raggi solari, foglie rossastre e fiocchi di neve, si rincorrevano felici in rotolanti capriole, passandosi il testimone della stagione eletta, in base ai consigli della loro madre Natura. Niente era lasciato al caso o soggetto all'azione di malvagie creature, poiché tutto rispondeva a precise leggi naturali che dovevano servire per il benessere universale. Ecco perché erano nate per prime le due sorelle Primavera ed Estate: per dare luce e colore al mondo; seguivano poi i fratelli Autunno e Inverno, che rinfrescavano l'aria e richiamavano uomini e animali alle attività produttive al coperto. Se il sole risplendeva faraonico nelle stagioni femminili, la luna lo sostituiva durante il periodo di controllo maschile, alternando in maniera armonica la sinfonia di chiaro-scuri, di luci ed ombre, di nitidezza ed opacità, ma accontentando sempre i viaggiatori diurni e notturni. Come la vita sulla terra seguiva i cicli stagionali, rispettando i giusti tempi per nascere, crescere, maturare ed appassire, così la volta celeste conferiva sicurezza ai sogni degli umani, accendendosi ogni volta di nuove stelle e costellazioni, con le quali anche i bambini potevano abbandonarsi a fantasticare. Quando madre Natura osservava i comportamenti dei propri figli, riconosceva i loro meriti, frutto di pacifica convivenza, ma pure i loro sbagli, quando ad esempio litigavano per un gioco e, dalla rabbia, scagliavano fulmini e saette dall'alto delle nuvole. Tutto era cominciato con l'arrivo della Primavera. Madre Natura e padre Cielo le avevano assegnato questo nome perché prevedevano che la loro primogenita sarebbe diventata la prima vera stagione dell'anno, regalando gioia ed amore al mondo. E così fu: la nascita di Primavera allontanò le gelide tenebre del Nord con tiepidi bagliori di sole, ricoprì di fiori profumati le distese brulle dei prati, diffuse nell'aere allegre melodie di augelli danzanti e inondò di energia rigenerante le correnti spumose dei mari, concedendo loro la forza di correre come cavalli al vento. Primavera era tutta rosa, dalla testa ai piedi, dipinta di un colore che oggi è difficile ritrovare, se non nelle coccarde appese ai portoni per segnalare le nascite delle bambine. I fumi delle industrie, gli scarichi delle automobili, i gas inquinanti delle grandi città hanno pian piano cancellato il rosa dei sorrisi sinceri, dei palloncini sollevati dalla leggerezza, dei delicati petali di rose, degli autentici dipinti rinascimentali e degli sfumati tramonti all'orizzonte degli innamorati... Il grigio dei palazzi, delle strade, delle ciminiere, dei palazzi, delle strade ed ancora delle ciminiere ha ricoperto brutalmente le tinte tenui delle stagioni primaverili di un tempo, annullando anche l'altra stagione intermedia, per rompere l'equilibrio creato da madre Natura e dividere l'influenza del clima soltanto tra gli opposti fratelli: Estate e Inverno. Questa storia intende far riflettere gli uomini sul rispetto del naturale ciclo delle stagioni, provando a ridurre e a modificare le costruzioni artificiali che danneggiano l'ambiente.

mercoledì 9 gennaio 2013

IL MASSAGGIO (MA SAGGIO) Racconto per bambini

C'era una volta, in un tempo lontano, un fatato mondo sospeso nell'aria che era abitato da elfi dei monti, gnomi del sottosuolo, ninfe dei boschi, pargoli delle valli e cavalli alati. Le casette dei piccoli e morbidi villaggi erano dipinte di tenui colori, in armonia con i prati sempre fioriti a primavera, con le stradine snodate disegnate col gesso e con le nuvole d'ovatta affacciate di lato al sole a far capolino. Per le rondini ed i gabbiani che volavano da quelle parti, era un piacere soffermarsi in quel mondo delicato e costruirsi il nido su uno di quei magnifici alberi frondosi, dal tronco robusto e dai rami pronti ad accoglierti in calorosi abbracci. La vita, in quel borgo tra i cieli, scorreva lieta e tranquilla, scandita dalle avventurose esplorazioni degli elfi sulle cime innevate, dai creativi lavori d'artigianato dei laboriosi gnomi, dai canti intonati delle ridenti ninfe vestite di fiori, dai giochi divertenti dei bambini in corsa sull'erba e dai voli pindarici tracciati dai cavalli alati, che regalavano panorami spettacolari. Un giorno, appena la luna lasciò il posto al fratello sole per governare l'orizzonte, tutti gli abitanti dei villaggi si ritrovarono sulla piazza principale, che somigliava alle agorà greche, per ragionare sui loro progetti futuri. La famiglia degli gnomi si propose di preparare dei salubri decotti con le erbe raccolte d'estate, il gruppo degli elfi stabilì di documentare con racconti e disegni le proprie scalate eroiche, il branco di cavalli alati decise di ampliare i propri viaggi astrali, le ninfe intendevano omaggiare la nuova stagione con balletti classici ed i bambinelli volevano sperimentare la novità di lavarsi all'aperto anche d'inverno. Su quest'ultima proposta, alcuni dei presenti lasciarono intuire che sarebbe bastato uscire dalle abitazioni mentre pioveva. I bambini, però, avevano pensato a qualcosa di più: ad un grande parco acquatico che collegasse, con scivoli, ponticelli e fontane, le cascate d'acqua ai laghetti disseminati per il mondo sospeso. Il tutto riempito da acqua calda, non piovana. La determinazione e la simpatia dei pargoli coinvolse tutti, animati di entusiasmo e collaborazione, ad attivarsi per realizzare quel proposito. Come nelle più belle fiabe che si rispettino, ognuno riuscì a fornire il proprio contributo per quell'impresa, a seconda delle proprie specifiche capacità: chi progettava le vasche, chi portava i mattoni, chi predisponeva gli scoli dell'acqua, chi si dava il cambio nei lavori manuali, chi lavorava d'intelletto per equilibrare il sistema, che pensava al riciclo natuale della pioggia e chi realizzava giochi con le bolle di sapone. Non erano stati stabiliti turni particolari, né orari e regolamenti vari, ma quella rete produttiva funzionava a meraviglia, tanto che in poco tempo il parco prese forma, senza invadere il resto del mondo. Per festeggiare l'evento e ringraziare tutti per l'impegno, venne inaugurato il parco acquatico con un tuffo collettivo ed un inno alla gioia, mentre le piante della rigogliosa vegetazione circostante agitavano al vento le loro chiome, come fossero bandiere di buon augurio. Schizzi d'acqua, battiti di piedi e di mani, nuotate, capovolte e rapide immersioni furono i protagonisti di quella festa, che assunse un ritmo più vivace quando alcuni bambini, dalla frenesia di esternare la felicità col moto dei loro corpi, cominciarono ad azionare un meccanismo che faceva muovere l'acqua. Per tutti, quella fu un'inaspettata e gradita sorpresa, che si rivelò una preziosa fonte di benessere, un massaggio rigenerante di mente e spirito, una terapia d'urto contro i cattivi pensieri che transitavano a distanza nel cielo sotto forma di nuvole nere. L'idromassaggio, ideato da un anziano dei villaggi che volle custodire nel segreto la propria invenzione, tramandando alle generazioni future il mistero di un “anonimo”, consacrò a regno delle terme quel fatato mondo sospeso nell'aria. Ancora oggi, quando piove, i bambini escono da casa, alzano gli occhi al cielo e giocano con le gocce di pioggia che massaggiano le loro teste, sorridendo al ricordo della storia sul massaggio ed all'origine del suo nome: “ma saggio”, perché ogni massaggio è saggio per l'azione di benessere che regala e perché è frutto dell'idea di un vecchio saggio.

sabato 5 gennaio 2013

GLI OCCHIALI (GLI OCCHI ALI) Racconto per bambini

C'era una volta, in un paesino di campagna, una bambina chiamata Melania che frequentava il primo anno di scuola elementare. Il grembiule bianco con il fiocco rosa mettevano in risalto il suo viso rotondo sul quale si aprivano un sorriso contagioso e due occhietti vivaci, incorniciati da dei capelli neri che le cadevano a caschetto sulle guanciotte paffute. Per Melania era un piacere andare a scuola: si svegliava ogni mattina pronta e scattante senza bisogno dei richiami della mamma o del suono della sveglia, consumava soddisfatta la sua tazza di latte e biscotti, si lavava e si vestiva velocemente, per poi raggiungere a piedi l'edificio a mattoncini che era la sua nuova scuola. Durante il breve viaggio di andata, come pure in quello di ritorno, Melania era accompagnata dalla brezza del venticello, dal cinguettio di graziosi uccellini, dal profumo della terra e dallo zainetto colorato che portava a spalle, mentre l'erba dei campi ed i fiori dai petali delicati la salutavano. Una mattina, nell'ora di Italiano, Melania si accorse di non riuscire a leggere troppo bene le lettere che la maestra aveva scritto sulla lavagna. Le venne così da socchiudere gli occhi, storcere la bocca ed allungare il collo verso quei segni opachi, che decifrava sempre più come alfabeto arabo offuscato da banchi di nebbia. Avvertita la difficoltà, anche se con un po' di vergogna dovuta alla sua timidezza, l'alunna alzò la mano e disse: Maestra, da qua non vedo tanto. – Hai fatto bene a dirmelo, Melania. Dovrai sederti, allora, ad un banco in prima fila. Qualcun altro ha problemi? – chiese la maestra al resto della classe. Dopo cenni di negazione con la testa da parte degli altri bambini, Melania prese posto in un banco proprio davanti alla lavagna, facendo a cambio con un compagno e ritornando così a leggere più chiaramente quelle parole che, ora, erano tornate a far parte dell'alfabeto della lingua italiana. Tornata a casa, la scolaretta raccontò alla mamma ed al babbo come aveva trascorso la mattinata a scuola, soffermandosi sul cambio di posto che aveva giovato alla sua vista, avendola resa meno affaticata e meno lenta nella lettura e nella scrittura. I genitori, compresa la necessità di una visita oculistica per la figlia, a conferma di altre simili situazioni, fissarono un appuntamento con un oculista, che segnalò una miopia in Melania e le prescrisse l'uso degli occhiali. Superata la prova delle lenti, ottenuta la loro montatura e provato per la prima volta il sostegno visivo sul viso, Melania restò per un po' immobile come una statuina di gesso, per rendersi conto che quella bambina che vedeva allo specchio era sempre lei, la stessa di quando non aveva gli occhiali. Doveva capire, a sei anni d'età, che gli occhiali le avrebbero fatto bene alla vista, le avrebbero curato gli occhi, anche se le trasmettevano un'immagine nella quale non si riconosceva, al momento, perché aveva come l'impressione di trovarsi di fronte a un'altra bimba, con due cerchietti verdi intorno a grandi occhi. Quegli occhiali da vista le cambiavano l'espressione del volto e, portandoli giorno dopo giorno, Melania si accorse che le erano proprio d'aiuto: la riparavano dal forte vento, la proteggevano dai raggi del sole, difendevano la sua fanciullezza dagli attacchi degli adulti e le permettevano di vedere meglio il mondo che la circondava, per come era veramente. Riusciva quindi a distinguere con sicurezza le sfumature sulle ali degli uccellini, notava le coccinelle rosse ed altri insetti che si posavano sui fili d'erba, come pure le sorprendenti varietà di fiori, alle quali se ne sarebbero aggiunte molte altre nel famoso quadro di Botticelli intitolato “La primavera”, che avrebbe ammirato da ragazzina. Grazie agli occhiali, Melania faceva funzionare completamente i suoi occhi, come se avesse tolto lo sporco dai vetri di una finestra affacciata sul mondo, sulla vita, proiettata verso il suo futuro. Ora, non solo vedeva bene dovunque: a scuola, per strada, in giardino, in casa, in piscina, al mare, in collina ed in montagna; aveva anche potenziato la capacità di conoscere meglio tutte le cose. Ecco perché gli occhiali (occhi ali) si chiamano così: perché mettono agli occhi le ali, quelle che danno la libertà di volare lontano dalle miopie dell'ignoranza e della cattiveria, che invece spingono la terra sempre più in basso.

mercoledì 14 novembre 2012

TITOLI PER TEMI DI ITALIANO

1. Scrivi una pagina di diario su un fatto piacevole accaduto di recente nella tua vita personale o nel mondo e che ti permette di vedere il sole anche quando piove. 2. Inventa una storia fantastica ambientata in un mondo segreto sotto alla terra, dove una famiglia di gnomi si prepara all'arrivo del Freddo in un modo sorprendente.

giovedì 27 settembre 2012

IL PIANISTA GIOVANNI ALLEVI

Due mesi fa ho assistito con grande piacere al concerto del pianista Giovanni Allevi in Piazza del Duomo a S. Miniato. La cornice architettonica e paesaggistica non poteva essere più adatta di quella, che racchiudeva in un tenero abbraccio le sensibili anime dei presenti e le deliziava con la velata luce della luna affacciata tra il campanile del duomo e la cima della Rocca di Federico II, davanti ad un panorama suggestivo, in attesa anch'esso di ascoltare le prime note del pianista. Come un eclettico folletto in punta di piedi, il meastro Allevi si è rivolto ai presenti con un modesto inchino e con un cordiale saluto introduttivo, presentando il primo brano: Strange love, che non aveva bisogno di altre parole di supporto, perché la musica da sola era già molto esplicativa. Al termine di questo brano, come pure di quelli a seguire e dei vari avvii, Giovanni Allevi, che si mostrava in una veste sempre più spontanea e confidenziale, ironizzando simpaticamente col pubblico, è riuscito a catturare progressivamente la mia attenzione, grazie alla delicata ma anche vigorosa energia musicale che infondeva sui tasti del pianoforte e che si diffondeva nell'aere. Come al tempo degli illustri poeti medievali Dante e Petrarca, in quel contesto semi-divino l'aria opaca dell'età contemporanea segnata dai fumi industriali veniva depurata come per magia da quelle note singole e collettive, che formavano accordi d'equilibrio, gradevoli melodie ed un concerto di mani, teste e cuori, tutti coinvolti in una magistrale filosofia sinfonica. Questo è ciò che il pianista Allevi ha trasmesso, realizzando con volontà ed impegno l'idea di suonare una musica classica contemporanea. Sulla scia di quell'esperienza e per merito della bravura dello stesso Allevi, mi sento ancora avvolta dalle ali di quei testi musicali che ascolto di nuovo e che mi riecheggiano nella mente, tanto da aver deciso di frequentare un corso di pianoforte. Domani inizio con la prima lezione.

mercoledì 19 settembre 2012

QUEST' ETERNO TEMPO

Hic et nunc infinitus est. Stretta nel tuo abbraccio: mi doni gioia piena luce eterna amore senza confini. Le nostre mani: delicate, creative e forti intrecciate insieme, come i nostri capelli, tra carezze e sostegni. Il tuo sorriso: bagliore dell'anima sole luminoso che non tramonta mai. Mi fai volare: leggera e libera come albero mosso dal vento, ma sempre ben radicato alla terra dei nostri cuori in quest'eterno tempo.

martedì 11 settembre 2012

LA BICICLETTA (LA BICI CLETTA) Racconto per bambini

C'era una volta, e c'è ancora oggi, una bici di nome Cletta. Cletta, che è un bel mezzo di trasporto ecologico, è vestita con una vernice rossa, ha grandi gambe circolari che si muovono come ruote, un cestino di paglia che la ripara dal sole ed un campanello speciale che ricorda il suono dei campanacci delle mucche quando sono al pascolo in montagna. La casa di Cletta è un fresco garage al piano terra di una palazzina a cinque piani, dove lei convive felice e contenta insieme a cassette degli attrezzi, cassapanche arrugginite, casse d'acqua, damigiane di vino a bassa gradazione, valigie di varie misure, ombrelli da pioggia e ombrelloni da mare, recenti paia di sci e libri e quaderni più vecchi di lei. Cletta si rifugia nella sua casa quando fuori è molto freddo, quando decide di dormire perché ha sonno e quando torna stanca dalle pedalate, così parla con i suoi amici di storia, di viaggi, di sport, di feste, di studio, di costruzioni e di tanto altro, raccontando fatti del mondo ed esperienze vissute. Ogni volta che Cletta parla, sposta il manubrio per far capire di essere d'accordo o no e suona il campanello in squillanti: din don, din don, din don! La maggior parte del tempo Cletta lo trascorre uscendo all'aria aperta a passeggiare. Quando era una giovane biciclettina, di color rosa pallido, ospitava sulla sella i bambini del quartiere che volevano imparare a pedalare, perciò andava piano e aveva sempre i freni oliati, pronti all'uso. I pargoletti, dopo averla guardata con stupore, la abbracciavano per le manopole, venivano aiutati a posizionarvisi dai più grandi e, da loro sostenuti, si sentivano tranquilli, sicuri e protetti, su quella bici che, cullandoli, li guidava nei loro primi percorsi ciclistici. Cresciuta, Cletta si era irrobustita, aveva tonificato i cerchioni delle ruote, rinforzato il cestino al manubrio ed assunto una costante abbronzatura che l'aveva colorata con tonalità di rosa acceso, regalandole un aspetto davvero gradevole. Era in quel periodo che Cletta pedalava velocemente, scendendo agile per i viottoli di campagna e risalendo sicura gli argini dei fiumi, accarezzata dalla brezza del vento ed accompagnata dagli uccellini dei boschi e dal volo delicato di leggiadre farfalle. Fu allora che cominciò a correre le gare: corse amatoriali, di esordienti, individuali a cronometro e di gruppo, locali, provinciali e regionali, fino a quelle nazionali, partecipando anche al Giro d'Italia che richiamava tanta gente a tifare per la maglia rosa. Cletta, in tutte le sue gare, vinse soltanto una volta e si aggiudicò qualche raro piazzamento, ma di certo non diminuì la sua voglia di correre, perché lei gareggiava per divertirsi e per fare amicizia con altre biciclette. Adesso che è diventata vecchiotta, con l'intelaiatura debole, i freni arrugginiti, il sellino instabile e le ruote meno potenti, non ha perso però la voglia di pedalare: si può trovare lungo le piste ciclabili, tra le strade vicino alla sua palazzina oppure appoggiata alla panchina di un giardino, intenta a leggere o a raccogliere frutti e fiori da mettere nel cestino. Oggi i bambini del quartiere, come facevano i loro nonni tanti anni fa, continuano ad imparare a pedalare con Cletta che, con affetto e devozione, dimostra ancora di saperli cullare e di avviarli sulle strade maestre della vita. Questo racconto spiega la storia di una bicicletta che, anche se spesso viene considerata un semplice oggetto, nasconde però un'anima, insegnando a rispettare l'ambiente, a coltivare le amicizie, a salvaguardare la libertà e a capire quanto una persona anziana possa essere ancora utile per la società.