domenica 31 agosto 2014

IL MARCIAPIEDE (IL MARCIA PIEDE) Racconto per bambini

In una sera di fine estate, mentre il sole era già andato a dormire da un po', le ombre si allungavano su tutta una città industriale. Come trampolieri altissimi, sospesi tra cielo e terra, come alberi dal tronco slanciato e come torri d'avvistamento dei castelli medievali, così le ombre scure dei palazzi, delle aziende e degli altri edifici a più piani dominavano la città. Erano queste le immagini che il piccolo Dario osservava con stupore dalla finestra della sua cameretta, dopo che il boato di un tuono lo aveva svegliato dal beato tepore dei suoi teneri sogni. Il silenzio del sonno veniva sostituito anche da altri rumori della notte, perché alcune industrie continuavano a produrre, i camion viaggiavano ed altri mezzi di trasporto non smettevano di circolare. Dario, fino a quella sera, aveva conosciuto soltanto il mondo del giorno, fatto di luce, azzurro del cielo, bianco delle nuvole e verde dei pochi fili d'erba cresciuti nel parco pubblico vicino alla sua casa. Aveva sempre ascoltato, inoltre, suoni allegri: del carillon, delle sigle dei cartoni animati, dei gatti giocherelloni e delle romantiche canzoni fischiettate dalla mamma. Ora, invece, quando si percepiva in lontananza lo scoccare di cinque spaventosi rintocchi di campana, che sembravano assegnare il ritmo alla danza della pioggia, una sveglia cominciò a suonare in maniera metallica dalla camera dei genitori di Dario: era il segnale che il babbo doveva alzarsi per andare a lavoro. Anche un altro uomo, grande come il babbo, stava lavorando sulla strada davanti alla casa di Dario. Sceso da un furgoncino e vestito da capo a piedi con una tuta che colorava la notte, stava spazzando con calma la via ed una striscia grigia di lato. Senza pensarci un secondo, dato che ormai l'alba stava aprendo sempre più gli occhi di Dario, il bambino chiese direttamente all'operatore ecologico: << Ciao, cosa stai facendo? >>. L'uomo, dal fisico esile e dall'espressione bonaria, sentendo questa voce solitaria avvolta dalla nebbia della prima mattina, rimase un attimo meravigliato. Aveva capito bene o doveva ancora svegliarsi completamente? << Ehi, signore, che fai? Sono qua! >> ripetè Dario con tono squillante. Lo spazzino Arturo, a questo punto, non aveva più dubbi: aveva capito proprio bene. Volse la testa verso il bambino che lo aveva chiamato e che ora, affacciato ad una finestra di un secondo piano, a pochi metri da lui, gli stava sorridendo. << Ciao, buongiorno! Sei mattiniero, eh? Sto pulendo le strade, perché questo è il mio lavoro. >> gli rispose compiaciuto Arturo. << Non sono più riuscito ad addormentarmi, da quando è cominciato a piovere, però sono contento perché ho imparato una cosa nuova: che esiste anche il tuo lavoro. Ti diverti a farlo? >> << Eh eh! Dire che mi diverto è esagerato, ma sicuramente questo è un lavoro che mi piace, perché rendo più bella e pulita la città. Sto all'aria aperta e mi godo un po' di tranquillità, prima che la città venga invasa dalla marea di lavoratori agitati. >> << Allora pulisci le vie come mamma pulisce la nostra casa? >> continuava a chiedere con interesse Dario. << Esatto, è la stessa cosa! Come ognuno di noi è contento di abitare in una casa pulita e profumata, così si dovrebbe avere cura degli spazi pubblici, che sono di tutti, invece ogni volta che riprendo il lavoro aumenta lo sporco per terra, tra sacchetti della spazzatura, lattine e pacchetti di sigarette. >> Arturo spazzava, raccoglieva lo sporco e trasmetteva insegnamenti di vita al bambino. << E' vero! E poi è facile da fare, perché se si sporca meno, si pulisce anche meno. >> Dario, entusiasta, aveva gli occhi sgranati sull'operatore ecologico e sui loro ragionamenti. << Senti, ma cos'è codesta striscia grigia di lato? >> << Questa? E' il marciapiede! >> << Il marcia che? >> proseguì il bimbo, che non aveva mai sentito quel nome. << Il marciapiede! E' una striscia di cemento rialzata da terra sulla quale si cammina, mentre per la strada passano bici, auto, motori. Si chiama proprio “marciapiede” perché sopra ci marcia il piede, ci si muovono i piedi, insomma: ci camminano le persone, al sicuro dai mezzi di trasporto. >> Arturo, che aveva iniziato meglio del solito la mattina lavorativa, felice di dare spiegazioni al piccolo Dario, era giunto al termine di Via Dei Ciliegi. << Ho capito! Marciapiede perché ci marcia il piede! Marcia piede, marcia piede! >> esclamava con la gioia della nuova scoperta il bambino. Intanto, in casa, il babbo di Dario, che era pronto per andare a lavoro, si accorse che il figlio era sveglio. Bussò alla porta della sua camera e, dopo il “ Vieni, babbo!”, lo vide raggiante alla finestra. << Stamani sei già sveglio? Tutto bene, Dario? >> gli domandò un po' stupito. << Sì sì, babbo, sto benissimo! Grazie allo spazzino che ci pulisce le strade, ora ti accompagno alla fermata dell'autobus. >> << Ti ha messo subito a lavoro? >> << No, ma mi ha fatto capire tante cose e mi ha insegnato una parola nuova: marciapiede. Siccome stamani ho scoperto cos'è la striscia grigia di lato alla strada ed a cosa serve, ho deciso di venire con te, camminando per tutto il marciapiede che da qui arriva fino alla fermata dell'autobus! >> disse soddisfatto il bimbo. Dopo alcuni secondi, Dario e suo padre si tenevano stretti per mano, felici e contenti di camminare sul marciapiede di Via Dei Ciliegi, mentre Arturo li guardava con simpatia.

IL DIVANO (DIVA NO) Racconto per bambini

Sulla piazza centrale di una nordica capitale europea si trovava, ormai da due generazioni, un grazioso hotel gestito da un'affiatata famiglia. Nel corso del tempo, l'albergo era stato ristrutturato e ampliato, fino ad accogliere cinquantatré camere, tra le quali tre suites con una magnifica vista panoramica su tutta la città. Nonostante l'hotel desse alloggio a molti personaggi famosi, aveva mantenuto un carattere semplice e familiare, riconoscibile dagli sguardi sinceri dei proprietari, dalla personalizzazione delle stanze e dall'arredo sobrio e funzionale. In uno degli spazi comuni, precisamente nell'angolo di un salotto accanto alla reception, se ne stava tranquillo e silenzioso un divano a due posti di stoffa rossa, pronto ad ospitare qualche turista. Erano passati gli anni, alle stagioni calde erano succedute quelle fredde e centinaia di viaggiatori avevano soggiornato su quella piazza, ma il divano rosso era rimasto al suo posto. Fermo immobile sulle sue quattro zampe di legno chiaro, osservava attento e curioso gli spostamenti della gente: giovani uomini d'affari immersi nei loro pensieri, allegre famiglie cariche di valigie, eleganti signore dall'aria affascinante e celebrità del cinema in vacanza. Proprio una di queste attrici di soap-opera, avvolta in un lussuoso cappotto di pelliccia argentata, sopraelevata su vertiginosi tacchi a spillo ed oscurata da mostruosi occhiali da sole, entrò rumorosamente nell'albergo con una schiera di facchini al seguito. L'attricetta non voleva assolutamente passare inosservata e pretendeva tutte le possibili attenzioni da parte del personale alberghiero al completo. << La valigia, il trolley, il bagaglio a mano, il beauty-case e la borsetta! >> richiamava all'ordine i suoi umili servitori. << Ogni oggetto deve essere sistemato con cura, mi raccomando! >>. La ridicola scena non era sfuggita alla vista del divano che, adesso, notava l'ingresso di un'anziana signora, stanca dopo una lunga camminata. Mentre la donna affaticata si stava dirigendo lentamente verso il divano a due posti, l'appariscente attrice la volle anticipare con un astuto passo felino. Era giunto il momento della scelta: il divano avrebbe dovuto prendere una decisione, dato che già un turista inglese vi stava seduto a leggere un giornale. << La diva no! >> esordì lasciando vibrare in alto due zampe laterali. << La diva no! Non è giusto far sedere una donna così arrogante, quando invece una signora, una vera signora, ha davvero bisogno di riposarsi! >>. Il divano rosso continuò ad agitare il fianco sinistro, mentre anche il turista che ne occupava la metà annuiva con la testa, avendo compreso un messaggio universale come quello. L'attrice, non potendo sedersi sul divano, rimase talmente incredula e imbarazzata che non riuscì a sillabare alcuna parola; fu in grado soltanto di voltare i tacchi e di tornarsene indispettita da dove era venuta, dimenticandosi il suo intero guardaroba. Il divano (diva no), che da quella volta e da quella storia fantastica ha preso il suo nome perché non ha voluto ospitare la diva, fu ben felice di far accomodare l'anziana signora, grata per il suo nobile gesto.

mercoledì 22 gennaio 2014

IL MOVIMENTO (MOVI MENTO) Racconto per bambini

C'era una volta, in un ridente paesino affacciato sul mare, un'accogliente piazza dove la gente si riuniva. La tradizione di darsi appuntamento in quella piazza, Piazza della Vittoria, per ritrovarsi tra amici e conoscenti, per conversare, progettare, riposarsi in compagnia o semplicemente per ammirare il suggestivo panorama marittimo, è rimasta viva ancora oggi. Se attraversiamo il lungomare costeggiato da siepi di rododendri e da piccole imbarcazioni, proseguendo in direzione della rocca vicina al porticciolo, veniamo richiamati dall'eco della spumeggiante fontana che intona melodie incantevoli come quelle cantate dalle sirene all'eroico Ulisse. Ci sentiamo allora attratti dall'abbraccio della piazzetta, che si apre in un circolare spazio di respiro tra le stradine intorno, dove le umili panchine, chine alla nostra comodità, fanno da corollario ai salti dell'acqua, al centro di un modesto mosaico di mattoncini. E' in questo ambiente circoscritto, ma dalle ampie vedute, familiare, ma protratto su infinite onde di lidi stranieri, che anche i turisti di passaggio per una vacanza si sentono come a casa propria. I panni stesi alle finestre, i vasi di fiori sui balconi e le facciate dipinte delle casette intorno alla Piazza sono un ormeggio sicuro per ogni viaggiatore, che lì eredita culture e tradizioni. Il movimento dei bambini che si rincorrono, il via vai dei visitatori, le passeggiate dei fidanzati stretti per mano ed i passi veloci degli abitanti al lavoro e dei pescatori che scaricano le reti sono segni vitali e codici linguistici di una comunicazione diretta e spontanea, dove le mosse dei menti seguono il senso verticale, per acconsentire, per confermare, per dimostrare comprensione e sostegno. Ogni viandante, turista e forestiero che raggiunge vittorioso il cuore pulsante di questo luogo, Piazza della Vittoria, appunto, muove il mento in un movimento generale di cooperazione e solidarietà che garantiscono benessere, presupposto fondamentale per vacanze e forme di vita ben riuscite. << Sì, qui stiamo bene! >> significano quei gesti reciproci e convalidanti di un quieto e sano vivere, che sembrava scomparso nella società attuale, ma che esiste ancora, in un paesino come questo. Basta saperlo cercare!

sabato 18 gennaio 2014

LA NOTTE (NO TE) Racconto per bambini

Nella notte dei tempi, quando i venti freddi ululavano sulle terre deserte ed i lamenti disperati degli uomini non ricevevano risposte, si restava prigionieri di storie inventate e leggende fantastiche che provavano a spiegare i “perché” della vita. Si raccontava che giganteschi mostri dall'animo cattivo, abitanti nelle sperdute caverne sui monti, al calar della sera scendessero a valle per impaurire la povera gente. Appena il sole tramontava e la luce spariva all'orizzonte, si sentivano rimbombare con echi vertiginosi i passi pesanti e spaventevoli di quegli esseri spregevoli che portavano orrore e distruzione. Tutto abbattevano al loro passaggio, agitavano gli animali e creavano scompiglio tra tutti coloro che venivano sovrastati dalle loro sproporzionate ombre nere. La notte, intanto, diventava padrona del mondo intero, avvolgendolo con il suo gelido mantello scuro ed impedendo alle stelle di brillare nel cielo, per togliere ai terrestri la possibilità di sognare. Gli uomini correvano, scappavano dalla sorte così avversa e si rifugiavano, quando potevano, al chiuso delle proprie dimore, pregando le divinità di giungere in loro aiuto. Gli antenati dell'uomo moderno credevano che il buio, il dolore ed il male fossero conseguenze dei loro comportamenti sbagliati, delle loro mancanze e dei loro peccati, da dover espiare per rivedere la luce della salvezza. Ecco allora che si adottarono soluzioni condivise: recitare frasi di perdono, inginocchiarsi davanti al focolare, abbracciare i membri della famiglia ed impegnarsi per diventare persone più buone. Non sempre, però, i risultati arrivavano subito ed occorreva avere molta pazienza, prima di rivedere un'alba nuova. Gli dèi, dall'alto dell'Olimpo, discutevano e si ingegnavano per riportare la pace sulla terra, lanciando fulmini contro i mostri malvagi, facendo riflettere gli umani e ristabilendo le condizioni climatiche. La notte poteva essere sconfitta nell'arco di poco tempo, se le forze divine erano più potenti, come pure dopo molti combattimenti lunghi ed estenuanti, che causavano vittime, feriti, epidemie e rassegnazione. Una rassegnazione generale che stancava gli dèi, deprimeva gli uomini e rendeva il paesaggio intorno brullo e desolato, come segnato da eterne foglie autunnali. << No te ! No te ! No te ! >> un urlo squillante ruppe l'assordante silenzio succeduto ad una guerra persa. Ci si rese conto che quelle sillabe ripetute provenivano da un'umile capanna illuminata da legna ardente. Una giovane madre aveva preso in braccio il suo bambino che, in piena notte, aveva fatto un brutto incubo e si era svegliato gridando “no te !”. << No te ! Vai via, notte, non voglio più vederti, notte brutta e cattiva! >> continuava a ripetere il bimbo piangente. Piccolo era il bambino, ma grande il suo potere, superiore a quello dei mostri , delle divinità e degli uomini adulti, nel riuscire a sconfiggere la notte e a ridare al mondo la gioia del giorno. E luce fu, col chiarore del sole che subito tornò a riprendere posto sul suo carro infuocato!

lunedì 18 marzo 2013

IL PALLONE (LA PALLA ONE) Racconto per bambini

Vedendo rotolare una volta delle spighe di grano appena tagliate e mosse dal vento, un bambino chiese al suo babbo: << Babbo, che gioco è quello? >>. Rispose il babbo, felice di tornare anche lui bambino: << E' il gioco delle palle di grano che si rincorrono nell'aria. >> << Che bello! >> esclamò affascinato il piccolo Leonardo, che aveva sbarrato gli occhietti dall'emozione ed osservava curioso le colline di fronte. << Mi spieghi come funziona questo gioco? Non l'avevo mai visto prima! >>. << Funziona in questo modo: il vento Eolo, che sta nell'aria, quando soffia dalla sua grande bocca forma delle onde che muovono le cose più leggere. E' per questo che, quando c'è vento, si vedono oscillare i rami e le chiome degli alberi, le nuvole camminano, le schiume del mare diventano cavalloni, i cappelli possono volare dalla testa delle persone e... >> << E le palle di grano si rincorrono per le colline! >> << Proprio così, Leo! >>. Le sensazioni di leggerezza e di beatitudine che l'immagine delle spighe di grano spinte dal vento avevano lasciato nella mente e nei cuori di Leonardo e del suo babbo, si ripresentarono come gradite sorprese alcuni giorni dopo. Nella sua cameretta, infatti, Leo stava disegnando allegramente delle linee curve con la matita celeste, per rappresentare le onde del vento, e poi tanti cerchi gialli su uno sfondo di colore verde prato, ad indicare il paesaggio che aveva visto. Il babbo, per valorizzare e soffermare anche lui il ricordo di quell'esperienza di contemplazione della bellezza della natura nello scambio di affetto col figlio, decise di regalare al suo piccolo uomo un pallone: un pallone di spugna colorato, che sarebbe diventato il suo primo pallone (palla one). Lasciò scivolare delicatamente il giocattolo nella stanza di Leonardo che, appena concluso il suo disegno, notò con la coda dell'occhio una palla che stava raggiungendo le sue scarpette n. 18. << Che bello! Che bello! >> si stupì il bambino con urla di gioia, incredulo nel vedersi accanto il disegno materializzato, l'idea della collina col grano concretizzata e la fantasia trasformata in realtà, grazie alla magia. Sollevò con cura la morbida palla, che gli sorrideva con simpatia ad ogni piegatura delle sue manine, e si rivolse al babbo carico di amore e tenerezza: << Grazie, babbo! Ora possiamo giocare anche noi al gioco delle palle di grano che si rincorrono nell'aria! >> << Eh eh, sì, ci divertiremo insieme! >> gli rispose il babbo, prendendolo in braccio. Sceso dalla giostra dei desideri e ritornato sulla piattaforma terrestre, Leonardo cominciò a giocare con la nuova palla, lanciandola verso il babbo e facendola roteare vorticosamente in alto. Quando, anche più grandicello, Leonardo vedeva andare in scena il vento e respirava la sua aria fresca, ripensava alla sua prima palla da gioco: il pallone (palla one) che per lui era la palla number one, n. 1, che custodiva ancora come un grande tesoro.

giovedì 7 marzo 2013

L'ARANCIO (A RANCIO) Racconto per bambini

Un giorno, in una modesta casa di campagna, sopra ad un tavolo di cucina rettangolare ricoperto da una tovaglia a quadretti bianchi e rossi, venne posto dalla signora Gina un cesto di frutta. Erano passate da poco le dieci di mattina, quando un lucente raggio di sole illuminò con una leggiadra carezza di saluto il cestello intrecciato di vimini contenente la frutta di stagione. L'inverno, quell'anno, aveva portato il freddo della neve e l'umidità della pioggia, ma aveva anche maturato i semi delle piante, regalando scorte di vitamine a volontà. Arance, mele, pere, castagne, uva, mandarini e mandaranci, insieme a banane e kiwi provenienti dalle terre tropicali, riempivano di forme e colori il centro di quella tavola, che sembrava rinnovata in un trionfo ridondante di gradevoli profumi. Solo a guardare quella composizione, si veniva attratti dalla rotondità dei volumi, dalla lucidità delle bucce o dalla loro porosità, in una mescolanza di gialli, arancioni, verdi e marroni, più o meno maturi, che erano un piacere per la vista, come assistere ad uno spettacolo della natura. La signora Gina, nonna dolcissima, esperta massaia e abile ricamatrice, era tornata soddisfatta dal mercato di prodotti genuini del suo paesello, con una bella spesa che avrebbe rallegrato anche i suoi nipotini. Con energica vitalità e sana costituzione, derivate in gran parte dalle corrette abitudini alimentari grazie alle quali era cresciuta per ottantadue anni, scelse la frutta meno acerba e la lavò con cura sotto un getto corrente d'acqua fresca. Avrebbe così preparato una buona merenda per i suoi pargoli e riuscì nell'intento, sbucciando alcune varietà di frutta, tagliandole a pezzetti ed aggiungendo gocce di limone, per ottenere una gustosa macedonia, decorata con spicchi di kiwi disposti a girandola. Con tre grosse arance, poi, ottenne delle dolci spremute dissetanti, ciascuna con una colorazione diversa: arancione classico del sole al tramonto, arancio medio con venature di giallo ocra e rosso carminio come i tetti delle case dipinti dai bambini. Come quando era piccola, Gina continuava a vivere con curioso entusiasmo la sorpresa di scoprire la tinta effettiva di ogni succo d'arancia, simile agli altri ma sempre differente, al momento che veniva versato nel bicchiere di vetro trasparente. Con il resto della frutta fresca, l'amabile nonnina decise di frullare le polpe insieme al latte di mucca, creando un nutriente succo, da far invidia alle bibite gasate, tutte bollicine e conservanti, che se ne stanno confezionate in rigide lattine metalliche. L'arrivo festante dei nipoti, venne accolto con gioia da Gina, che li abbracciò e li baciò teneramente, invitandoli a rifocillarsi in cucina. I bimbi, dopo aver corso e giocato tra i prati, rimasero affascinati da tutta quella frutta sulla tavola e si riversarono subito sulle invitanti spremute d'arancia. La nonna, assistendo compiaciuta alla scena, si avvicinò loro e raccontò la storia dell'arancio: Dovete sapere che state bevendo il nettare prezioso di un albero dai fiori bianchi molto profumati, dalle foglie ovali e dai frutti sferici che conosciamo. Se vi piacciono così tanto le arance e se questo frutto fa tanto bene alla nostra salute perché ricco di vitamina C, è merito del suo albero che, nel 1500, i Portoghesi importarono dall'Asia. – Sono buonissime queste spremute! Ma come mai, nonna, sono di colori diversi? – Perché esistono diverse varietà di arance e le principali in Italia sono: il biondo comune, quello cioè dal succo giallo-arancione, e arancia moro, dalle tonalità più scure, rossastre. – Come per le persone, quindi: siamo tutti uomini, ma ci sono gli europei, gli africani, i cinesi... – Esattamente, Luca, proprio così! Ed ora vi spiego anche perché, secondo me, l'albero delle arance si chiama così: perché i suoi frutti nutrono come un rancio (a rancio), ossia come un pranzo collettivo. – Infatti noi stiamo facendo una merenda tutti insieme! – esclamò Luca. Sì, ma c'è così tanto da mangiare, tra spicchi di frutta, macedonia e frullati, che sembra più un pranzo! – intervennero in coro gli altri due cugini. La prossima volta vi preparerò anche degli squisiti canditi e delle appetitose marmellate da spalmare sul pane caldo. Siete contenti? – Sìììì! Allora è proprio importante l'arancio, perché ha pensato anche alla nostra crescita. – affermò Matteo. E la sua storia continuerà la prossima volta che torniamo qua. Vero, nonna? – domandò Fabio. Certo, vi racconterò un'altra interessante novella sulla frutta! – sorrise loro nonna Gina.

martedì 26 febbraio 2013

IL SOLE (IL S...OLE' !) Racconto per bambini

Nella preistoria del mondo, prima delle nostre vite e del nostro universo, tutto era buio. L'oscurità totale della continua notte era il Nulla, che se ne stava da solo ad occhi chiusi, fermo immobile, senza combinare niente, vuoto come un secchio senz'acqua e freddo come un blocco di ghiaccio polare. Tenebre e mistero vagavano inquieti in un tempo senza misura ed in uno spazio senza luoghi, perché tutto era indefinito: non esistevano cause, azioni e conseguenze che potessero cambiare l'unica situazione di stasi in un letargo avvolgente. Miliardi prima della storia del mondo, un enorme telo grezzo di un nero opaco ricopriva lo scenario di uno spettacolo che stava oltre, che si sarebbe dovuto rappresentare sul palcoscenico di un antico teatro, diroccato dai tempi dei tempi. In mezzo a colonne di pietra, resti di mura e rovine abbandonate, si cominciò ad alzare un vento che faceva muovere il tendaggio in ampi meandri come il corso di un fiume, creando una serie di virgole in una linea di curve ondulanti. Quando il vento aumentò la sua spinta in vigorose mosse, le colonne oscillarono, alcune crepe si aprirono in fessure di polvere grigia ed un rombo acuto come una saetta tuonò dalle profonde cavità fino a squarciare il mantello scuro. Qualcuno, dalla regia, lanciò l'allarme di un pericolo mai prima accaduto, ma soltanto simulato con prove generali, per la frana in corso e lo sgretolamento del vecchio scenario. Dopo tutta quella grande attesa durata millenni, come dopo un travaglioso parto elaborato, era finalmente arrivato il momento di assistere alla rappresentazione teatrale! Da dietro le quinte si svelò il bagliore di una fievole luce che, passo dopo passo, condusse sul palco una figura umana piccola ed esile: era un anziano signore, che di mestiere svolgeva il falegname, illuminato da una candela che teneva in mano. I capelli bianchi come la neve ed il volto stanco segnato da evidenti rughe raccontavano la storia dei tanti anni e la fatica compiuta da quell'uomo che, assiduamente, aveva lavorato con passione per costruire le creature vegetali, animali ed umane che avrebbero animato quell'ambiente universale. Il saggio artefice aveva disegnato, misurato, modellato, scolpito, intagliato e colorato ogni personaggio della commedia, dipingendo poi le scenografie di contesto, con tutti i fiumi, i monti, i laghi, le terre, i mari e gli oceani. Quando il mondo venne creato, affinché tutti gli esseri acquistassero la vita, l'anziano falegname soffiò delicatamente sulla fiamma della candela che reggeva e luce fu: un'aurora radiosa illuminò tutti i personaggi dell'universo, che iniziarono a respirare, a muoversi e ad osservare, fino ad esprimere ognuno la propria personalità. La natura intorno rifletteva le tonalità intense e vivaci delle tempere e degli acquerelli distesi sui pendii delle montagne e fatti rotolare sui dolci profili delle colline, per poi tuffarli con dense pennellate nel letto di torrenti canterini. La nascita del mondo venne battezzata da un potente raggio di Sole, la più grande stella splendente nel cielo che, ora, non conosceva soltanto la notte, ma anche la magia del giorno. L'umile falegname scelse per questa stella il nome di Sole, perché da quel giorno tutte le creature, appena l'avessero visto sorgere ad Est, avrebbero esclamato con immensa gioia: “Ecco il Sole, il S...olé! Evviva, evviva, luce e vita per tutti!”.